Anni dopo.

Tempo fa mi ha mandato un messaggio una compagna di classe, L.. Sarebbe venuta a Roma, dalla città dove abita. Ci siamo ritrovati attraverso Facebook. Non ci sarebbe nulla di straordinario in questo se non fosse che l’ultima volta che ci eravamo visti è stato molti anni prima. Con l’occasione  mi sono messo a fare i conti. Sarà stato il 1978. Il mio ultimo anno di Liceo, l’anno del rapimento Moro. Da tre anni già non stava più in classe con me, perché eravamo stati compagni di classe nel quarto e nel quinto ginnasio. Quindi grosso modo dal 1974 al 1975. Quaranta e passa anni fa. In genere non amo queste rimpatriate. Ci si ritrova tutti gonfi, nel corpo e nell’anima. E ti viene spontaneo pensare come è invecchiato l’altro, come sono invecchiato io. In più non ricordo esattamente come ci siamo lasciati, in che modo, perché spesso le amicizie – soprattutto quello scolastiche – svaniscono. Non ci si vede più, e basta, semplicemente, senza addii o feste, o saluti. Un giorno si è intimi e ci si frequenta, un altro si è dei perfetti estranei. Io poi, avendo scelto Lettere e Filosofia, al contrario di molti miei compagni di classe ho perso subito o quasi i contatti, tranne due o tre dai  quali poi lentamente mi sono distaccato.

Mi capita di aver accettato l’amicizia di alcuni di essi su FB e ne leggo i post, e faccio fatica a ricordarmi come fossero ai tempi, di alcuni ricordo un tratto saliente, il modo di sorridere, o che erano bravi a calcio. Di loro non so niente più. Di L. ricordavo qualcosa in più. Fu una delle prime ragazze ad essere ammessa alla scuola dei gesuiti, dove avevo trascorso le medie in una rigorosa classe maschile. Al Ginnasio ci fu questa apertura. Tentarono di imporre a quelle poche coraggiose un grembiule nero, ma alla fine non lo indossarono più. Noi in classe avevamo banchi singoli – i gesuiti amano i dettagli – e ricordo che lei era alla fila accanto alla mia. Non che non conoscessi ragazze, ma diciamo che ero timido e che L. attirava la mia curiosità. Sorrideva sempre ed  era sempre elegante, senza nulla fuori posto. Io abituato invece alle classi maschili dove la trasandatezza era di casa ero affascinato. L. in più era una bella ragazza – ora è una bella donna – e non passava inosservata. Ero attirato dai suoi capelli, dalle sue labbra e da una camicetta magica i cui ultimi bottoni s’aprivano maliziosi e che lei richiudeva con un gesto indifferente, passandosi poi la mano tra i capelli. Lei non sa, ma gliel’ho dico ora, che spesso le ore volavano perché io la guardavo e non prestavo attenzione a certe lezioni assai noiose.

Dunque  ci raccontiamo qualcosa per iscritto, poche righe. Poi un giorno annuncia la sua venuta a Roma per un convegno. L. infatti ha una avviata attività nel Nord Italia dove è finita per sorte. Decidiamo di incontrarci, e così avviene, la vado a prendere in un albergo in Prati, dove alloggia. Quando entro nella reception chiedo della Dottoressa L. e – nel chiederlo – mi viene da ridere. Il tempo è passato. Ora è la Dottoressa L. Mi dicono che è uscita. La scorgo sul marciapiede, la borsa sottobraccio, e la riconosco subito, come se il tempo non fosse passato.

E il tempo passa veloce anche  durante il nostro incontro. Una mattinata volata via. La porto alla nostra scuola di Teatro, dove conosce Lilli e viene avvolta nell’atmosfera da manicomio criminale. Io associo l’atmosfera della nostra scuola al racconto di Edgar Allan Poe, il Metodo del Dottor Piuma de Dottor Catrame. Poi andiamo a mangiare insieme, ed infine l’accompagno in albergo, perché si deve preparare alla serata mondana che l’aspetta, e che mi racconterà con poche semplici foto alcuni giorni dopo.

In questo tempo passato assieme ci siamo raccontati. Lei ha due figlie, io una. Degli amori, del lavoro, delle nostre speranze, di gioie e tristezze, delle aspettative che avevamo, degli studi intrapresi, dei viaggi, dei sogni e della realtà.

Abbiamo visto le foto delle nostre figlie. Anche lei ha una figlia che si tra trasferendo all’estero.

Infine dopo averle raccontato di come la vedevo io, all’epoca, le ho chiesto come mi vedesse lei

“Io ti ricordo benissimo. Ti ricordo intelligente e osservatore. Non cazzaro come tanti. Posato.” Mi ha risposto.

Ti voglio bene, L.

Immagine: Il ritorno di Andrej Zvyagintsev, 2003

Sei gradi di separazione

Ieri sono andato a prendere un aperitivo con un’altra donna. Mia moglie era andata al mare con le amiche. No. Non è così come sembra. Sarebbe venuta anche mia moglie se non fosse successo che dopo qualche messaggio attraverso i social avessimo deciso di incontrarci proprio il giorno in cui mia moglie non c’era. Io in realtà ero desideroso di andare a vedere un film assai commerciale, I guardiani della Galassia, ma non potevo certo proporglielo. La signora in questione è di origine italiana, ma francese, e fa la professoressa. L’ho conosciuta qualche anno fa alla scuola di mia figlia e mi sono fatto persuaso che se mia figlia parla francese lo debba a lei. Sin dall’inizio, le prime lezioni al liceo, ne avevo sentito parlare bene da mia figlia, ed è raro che un adolescente parli in termini lusinghieri di un professore. Quindi ero al corrente della sua esistenza, e l’ho incontrata poche volte nei giorni di ricevimento. Ho capito che c’era una intesa con mia figlia, e ne ero contento. Mi ricordo che al passaggio dal ginnasio al liceo noi genitori si era chiesto che restasse, ma per un gioco posizioni non aveva potuto continuare. Le scrissi in privato su facebook un breve messaggio in cui la ringraziavo, assieme a mia moglie, per quella passione che aveva trasmesso a mia figlia, rammaricandomi che non avesse potuto continuare. La risposta fu garbata, distaccata, ma lasciava trasparire un velo di tristezza, per il quale s’intravedeva che anche lei dispiaceva di lasciare la classe. Per un attimo mi s’era aperto uno squarcio su un lavoro a perdere, difficilissimo, dove i torti nei confronti dei propri figli annichiliscono ogni considerazione della difficoltà di quel lavoro. I genitori difendono a prescindere i propri figli. In più mi sono ricordato del breve periodo in cui ho insegnato, e al lavoro che svolgo,  ai ragazzi se ne vanno, e alla fine con pochi restiamo in contatto. La Prof. assomiglia incredibilmente a Louise Brooks, per il taglio dei capelli, e per gli occhi, mobili, neri e ridenti. Ha un bel sorriso che le scava delle fossette sul viso. E sorride spesso perché è una donna spiritosa e – soprattutto – capace di autoironia, dote che nelle persone mi conquista immediatamente. Ha poi un accento inconfondibile, morbido, con le erre che scivolano, e anche seducente. Siamo andati in un bar a San Saba, accanto al Teatro Anfitrione. Il bar ha un bel giardino. Sulle prime non ci volevano far sedere. Abbiamo scoperto che era tutto prenotato, poi di fronte alla nostra delusione, un ragazzo s’è tirato fuori un tavolino piccolo e due sedie, l’ha messo in un angolo e ci ha fatto accomodare. Quando fossero arrivati gli altri ospiti, c’era una festa, saremmo dovuti andar via. Alla fine siamo rimasti tutto il tempo che volevamo e i ragazzi che ci servivano sono stati molto amorevoli, servendoci due aperitivi, con poco però, e poi via via ci hanno portato altri sfizi, ed infine una candela accesa quando la luce ha cominciato a scemare. Li capitanava un uomo rude, capelli cortissimi, le braccia tatuate, che s’è rivelato infine assai simpatico. Ci ha proposto infine hummus, ricotta di bufala e mozzarella. Ci siamo guardati e abbiamo detto di si, rammaricandocene un attimo dopo

Abbiamo trascorso una piacevole serata e le chiacchiere hanno fatto dimenticare il tempo che passava, e hanno vanificato ogni progetto ulteriore di cinema o pizza. Il locale si è animato. Hanno festeggiato i cinquant’anni di un avventore, mentre accanto a noi s’animava una tavolata di ragazzi.

Faceva un po’ fresco, ma si stava bene.

Ma veniamo al dunque. Nelle chiacchiere scopro che lei è originaria del paese della famiglia di mio padre, Barletta, in Puglia. Che il nonno, come molti italiani era emigrato a Marsiglia. Che lei è di madrelingua francese e che l’italiano l’ha appreso a scuola quand’era bambina. Che molto probabilmente da bambini abbiamo frequentato le stesse spiagge e le stesse strade, all’insaputa l’uno dell’altra. Mio padre ad esempio amava andare al mercato del pesce al porto e io l’accompagnavo.

Forse ci siamo incrociati, chissà.

Poi c’è N., conosciuta grazie ad amicizie comuni. Fa la blogger. Parlando è uscito fuori che è laureata in archeologia, e che ha collaborato  agli scavi sulla riva del fiume Tevere, accanto al ponte Sublicio, che unisce Testaccio a Trastevere. Erano gli anni in cui abitavo in un grande palazzo sul lungofiume e le mie finestre affacciavano sugli scavi e  mi ricordo benissimo di quei ragazzi che vennero una mattina a e cominciarono a riportare alla luce i resti romani. Non li vedevo bene per via del muro di contenimento ma vedevo i loro movimenti, perché si accedeva dal lungotevere. Tra loro dunque c’era N. laureanda, che scavava insieme agli altri studenti. L’ho incontrata dopo quasi quindici anni.

Infine la storia del generale C. Era il padre del marito di una mia cugina. Per un po’ che ci siamo frequentati con mia cugina l’ho conosciuto. In particolare una estate in Valtellina, a Chiesa Val Malenco, dove io e Lilli, mia moglie, eravamo andati in vacanza con nostra figlia appena di due anni. Un pomeriggio in terrazza mi avvicinò e mi disse che voleva raccontarmi una storia, visto che io ero uno che si occupava di storie. La sua storia era la seguente: era partito con l’ARMIR per la campagna di Russia. In breve fu la disfatta. Nel gennaio marzo 1943 i soldati italiani erano allo sbando. E l’ufficiale C con essi. Lui ed il suo reparto si persero, né le mappe erano d’aiuto, perché non si sapeva dove fossero i russi. Fu costretto a prendere decisioni spesso a caso, ed in una di queste accade che decise una direzione piuttosto che un’altra. Incontrarono ad un incrocio un gruppo di bersaglieri. Tra di essi l’ufficiale si fece riconoscere. Erano pari grado. Il tempo di bere un sorso di un cognac sopravvissuto e l’ufficiale dei bersaglieri li avverti che stavano andando proprio incontro al nemico, se avessero insistito sulla strada in cui si trovavano e nella direzione in cui marciavano. L’ufficiale C e i suoi uomini si accodarono ai bersaglieri, poi presero direzioni diverse. Non si rividero più. C. era solito dire che qull’uomo aveva salvato loro la vita.

Più di vent’anni dopo il generale C – era diventato generale a guerra finita, e aveva continuato la carriera militare, decise di andare in vacanza con la moglie e i figli a Chiesa Val Malenco, in Valtellina. Prenotò l’albergo e vi si recò. Alla reception li accolse una donna che disse loro di aspettare che sarebbe arrivato suo marito. Quando l’uomo arrivò rimase impietrito, come rimase impietrito il generale C. Si riconobbero all’istante. Il proprietario dell’albergo era l’ufficiale dei bersaglieri che aveva salvato la vita al generale C e ai suoi uomini. Entrambi sono morti da tempo, ma il ricordo di questo fatto corre ancora sulla bocca di figli e nipoti.

Esiste una teoria sui sei gradi separazione. Una ipotesi secondo la quale ogni persona può essere collegata a a qualunque altra persona attraverso una catena di interrelazioni con non più di cinque intermediari.

A me è successo.

A Madame MBRI che ci conosciamo da poco, e già la considero mia amica.

Al generale C., che fu amico fraterno di mio padre, ora che noi discendenti non ci sentiamo più.

A N. che viaggia e non si ferma mai.

Immagine Jeanne Moreau, Henri Serre and Oskar Werner in Jules et Jim, di François Truffaut, 1962

Il Tempo che Passa

Il tempo che passa è quando non vedi qualcuno da tempo e scopri che ha vissuto, come te come tutti.

O quando incontri qualcuno che non conoscevi e ti affacci ad una vita, anche per pochi minuti.

A me è successo in poco tempo ed in ultimo quest’oggi, durante una delle mie consuete passeggiate, quelle che faccio al mattino presto se poi devo andare a lavorare, o con più calma quando è festivo o prefestivo. Oggi è sabato e me la sono presa comoda e ho fatto un lungo giro. Testaccio, Viale Aventino, Colosseo, Via Cavour, dentro il quartiere Monti, Piazza Vittorio, Via Merulana, dove alla fine mi sono stancato e ho preso il tram 3 che mi ha riportato a Testaccio.

Ho incontrato i turisti sbracciati, le code che seguono l’immancabile guida con un segnale alto, un ombrello chiuso al quale è legato alto un fazzoletto, i ricevitori con cuffia per ascoltare le descrizioni di monumenti.

Ho visto i blindati messi di traverso con i soldati che imbracciavano i fucili d’assalto, tenendoli bassi.

Noi siamo abituati a questo. Non dimentico i soldati coi Garand negli anni settanta, e i camion che li scaricavano sul raccordo all’epoca del sequestro Moro, o quei blindati con torretta dai quali spuntavano i carabinieri con fucile a tromboncino per il lancio dei lacrimogeni, che vegliavano le manifestazioni, le quali immancabilmente degeneravano.

In genere quando passeggio osservo. E ho visto una ragazza infilarsi in un cortile, proprio dietro Piazza Santa Maria Maggiore, dove una insegna reclamizzava un ristorante con giardino. L’insegna ha incuriosito anche me, e mi sono inoltrato nel cortile, mentre la ragazza tornava indietro, dopo essersi affacciata ad un cancello. Le ho chiesto se il locale fosse chiuso, ma si è limitata a sorridere. Le ho ripetuto la domanda in francese, ma mi ha risposto in inglese. Abbiamo fatto un tratto insieme a piedi. Era austriaca, non mi ha detto il nome, e mi ha detto era a Roma da giovedì, che cercava dei negozietto per fare dei regali agli amici, in Austria, quando fosse tornata. L’ho indirizzata al quartiere Monti, le ho spiegato che vicino alla stazione della Metro ci sono un sacco di negozietti. Mi ha fatto un inchino e se ne è andata, dopo che ci siamo salutati. L’inchino mi ha colpito e la sua vaga somiglianza con Amélie dell’omonimo film.

Ho continuato, con una sosta nella pasticceria napoletana di Via dello Statuto, dove ho fatto un po’ di fila per via dell’indecisione. Una mamma con bambino. Il bambino voleva una pasta, la mamma voleva che ne prendesse un’altra. Mentre i due discutevano la cassiera si è rivolta a me chiedendo cosa volessi. La pasta con nutella e ricotta ho esclamato, attirando l’attenzione del bambino, mentre la mamma mi ha lasciato uno sguardo disperato, facendo un segno muto di no con la testa, ed in effetti il bambino era un po’ in carne, per non dire obeso e voleva anche lui la pasta con ricotta e cioccolato, della quale evidentemente non si era accorto, ma la cassiera gli ha detto che era l’ultima, cercando la mia complicità e incassando l’immediata complicità della madre mentre il bambino piagnucolava ed io mi allontanavo al bancone per prendermi il cappuccino, non prima di aver detto al bambino che se lui avesse mangiato la pasta sarebbe diventato grasso come me, e lui ha risposto: “Ma io voglio diventare grosso come te, coì picchio i miei compagni”.

La mamma l’ho lasciata che alzava gli occhi al cielo.

Ho proseguito e a Viale Manzoni sono salito sul tram per tornare a casa.

Ho pensato, mentre il tram sferragliava.

A N. che ho conosciuto da poco e mi incuriosisce, di lei so poco e niente. L’ho vista una volta, siamo stati presentati, ci siamo detti poche cose, ma abbiamo preso a scriverci, o meglio io le scrivo e lei fa quello che può per rispondere alle mie domande ed io faccio la figura dello stalker.

Ho pensato a ieri che sono rimasto quasi solo in ufficio perché gli allievi della scuola avevano finito le prove, ed io avevo lavorato con Lavinia – scriviamo una sceneggiatura – e poi Lavinia se ne stava andando – Lavinia ha sempre qualcos’altro da fare, e all’improvviso sono arrivate Fabiana e Francesca che avevano chiesto la sala per fare delle prove ed io non lo sapevo, e l’avevo scordato, forse, e loro mi hanno detto che si erano accordate per usare la sala, un’emergenza. Dovevano aspettare che le raggiungessero Francesco e un altro attore, che però non si sono visti, ma loro ne erano avvertite e avevano deciso di lavorare insieme comunque. Ma è finita che ci siamo messi a chiacchierare e che abbiamo parlato del passato, e di amici comuni, e delle loro storie, delle nostre storie. Ho saputo cose che non sapevo, hanno saputo cose che non sapevano. Abbiamo parlato degli uomini, in generale, e delle donne, e del lavoro, del nostro paese, del teatro, di romanzi e film che il tempo è volato e alla fine erano le nove di sera.

Ci siamo confessati che abbiamo vissuto, e che Roma è una giungla, e noi la stiamo attraversando.

A Fabiana, Francesca, che c’erano.

A  N. che viaggia.

Tutte donne, lo so, ma a me piacciono le donne, come piace Lilli, nella foto dello spettacolo che sta preparando, dove veste un completo manageriale, ed è attorniata da uomini alti e grossi, e  tutti guardano l’obiettivo della macchina fotografica e dallo sguardo capisci che non hai scampo.

a Francesco, che non si è visto, ma è nel mio cuore.

Immagine, Il Leviathano di Andrej Zvyagintsev, 2014.

PERDERE

Perdere gli occhiali, quelli che ti servono per vedere e che alterni a quelli che ti servono per leggere e che alterni a quelli che ti servono a leggere i libri, perché per leggere un libro i bifocali non servono a nulla e quelli portatili servono tutt’al più a leggere il bugiardino delle medicine, e quelli da sole sono da sole e quindi li usi quando sei all’aperto e c’è il sole.

Perdere gli occhiali che ti servono per vedere il mondo e non per immaginarlo.

Perdere un lavoro che si è accettato per danaro e che ti fa resistenza dentro per cui alle non scadenze ti fanno discorsi sulla delusione, ma tu senti che avevano altre idee in testa e le tue non le hanno capite appieno o non le hanno capite per niente e che preferiscono l’aurea mediocritas all’innovazione e che forse alla fine è andata meglio così se non fosse per i soldi perduti.

Perdere l’orientamento mentre si passeggia, per un attimo, e chiedersi se Santo Stefano Rotondo è a destra o Sinistra, ed è a destra, mentre tu sei andato automaticamente a sinistra.

Perdere  portaocchiali in casa mille volte e mille volte ritrovarli, assieme alle chiavi, senza le chiavi, col portafoglio, il porta carte senza il portafoglio.

Perdere cognizione di dove hai parcheggiato l’auto nel tuo quartiere e cercarla invano per ricordarti alla fine che l’hai dimenticata vicino al mercato e poi sei tornato a piedi a casa, lasciandola anche un po’ male, ma nessuno se n’è accorto perché è difficile parcheggiare male in una città dove tutti parcheggiano male.

Perdere i pin dei bancomat, dico al plurale perché ho più di un bancomat, e i conti insistentemente vuoti e faccio l’equilibrista tra un conto e l’altro, come Archie Goodwin nei romanzi di Rex Stout, quando convince Nero Wolfe ad assumere un caso perché in banca non è rimasto nulla e le orchidee costa mantenerle e il cuoco Fritz Brenner pure.

Perdere tempo perché sei in ufficio e si presenta un attore che ha voglia di chiacchierare e passa per caso e ti parla della sua donna che è davvero bella e che è quella della sua vita, al contrario di tutte quelle di cui ti ha parlato nei pomeriggi sparsi dell’inverno del nostro scontento, appena finito, che erano le donne della sua vita e che sono scomparse dall’orizzonte della sua vita mentre questa resta ed è bella e anche spiritosa, anche se non l’hai mai conosciuta, ma lo sai, lo senti per le battute che hai letto su facebook.

Perdere le scadenze dei bandi che perdi anche perché sai che parteciparvi alla fine significa perdere soldi, quindi si perde sempre.

Perdere la testa e comportarti come uno che ha perso la testa che è anche piacevole.

Perdere un mucchio di tempo sui social.

Perdere è una questione di metodo.

a N che lo sa.   Immagine: Béla Tarr, Man of London.

Faranno un deserto e lo chiameranno legalità

La storia comincia da non molto lontano, per me. Appena tre-quattro anni fa. E coincide con l’arrivo di un dirigente scolastico nella scuola che frequentava mia figlia. Cominciò a parlare di legalità. Di Stato, incarnato dl funzionario che – a suo dire – lo rappresentava, cioè il dirigente stesso. La prima volta che sentii questo discorso, feci un salto sulla sedia, perché per me certe cose, la rappresentanza, l’inclusione, la promozione della cultura e del sapere erano come un verbo indiscutibile. E la scuola ne era il caposaldo. In più vedevo davanti a me ragazzi intelligenti, spiritosi, sensibili e attenti. Occupavano regolarmente ogni anno la scuola e venivano accusati di goliardismo, di irresponsabilità, di ignoranza politica. Nessuno era in grado di cogliere la natura di quella aspirazione, e cioè cambiare le cose. Nessuno considera mai il paese in cui viviamo, dominato dalla preponderanza dei legami familiari e dalle relazioni di conoscenza, che prendono forma nella atavica “raccomandazione”. Dove le mafie gestiscono una montagna di soldi, frutto del traffico di droga, di persone, di cose. Dove la politica stessa incita all’odio razziale, all’esclusione, ai respingimenti. Dove i politici si fanno fotografare accanto a degli persone che hanno ucciso più o meno consapevolmente il ladro che gli è entrato in casa. Dove una colossale ed epocale migrazione, frutto di colonialismi dapprima nazionalisti, poi economici e finanziari, costringe masse enormi di persone a fuggire dal proprio paese. Dove la separazione tra ricchi e poveri sembra insanabile e la violenza è esplosa incontenibile.

Ebbene questi ragazzi si affacciano alla maturità, nell’immobilismo, nella disoccupazione alle stelle ed imparano a contestare tutto ciò. Ma non va bene. Non hanno voglia di studiare, né di rispondere alle domande di quiz improbabili che dovrebbero misurare il loro sapere. Come se il sapere si misurasse a peso.

E in ultimo, questo attacco insensato si è rivolto infine contro la cultura. A Roma, una delibera, che forse era stata pensata per liberare certi appartamenti del Centro Storico affittati a canoni irrisori, viene usata contro spazi di cultura, e contro l’edilizia abitativa d’emergenza e sociale.

Gli appartamenti dei palazzi del Parco Leonardo vicino all’aeroporto di Fiumicino giacciono invenduti.

La cultura dei centri sociali è sotto attacco, quando i centri sociali, cioè l’autoaggregazione, è spesso stata l’unica risposta possibile di valorizzazione culturale di spazi altrimenti abbandonati. Spazi che sono diventati – nell’illegalità – presidi contro la malavita. Una illegalità passiva contro una illegalità attiva e consapevole, quella di mafia capitale e dell’estrema destra avventurista e imborghesita dai soldi.  Oltre all’illegalità che conosciamo c’è una illegalità sconosciuta: quella dei mercati generali all’Ostiense, a Roma, ad esempio

Ogni giorno passo davanti ai mercati generali dell’Ostiense . Non se ne è fatto nulla. Nulla. Da decenni sono là in una ristrutturazione lenta e generalizzata, cioè non adeguata a nessuno scopo, perché i progetti sono diversi e contrastanti, e cambiano nel tempo.

Si pensi alla illegalità del Mattatoio di Testaccio.  Alla sua balcanizzazione , alla parziale ristrutturazione della zona dell’India. Uno dei manufatti è abitato dai senza tetto, le tende e gli stracci si affacciano tra le rovine. I senza tetto sono quelli che vagano nella città rovistando nei cassonetti. Le loro carrozzine, le carrozzine da bambini che usano per trasportare gli oggetti, sono parcheggiate davanti all’ex fabbrica.

E di situazioni così ce ne sono tante. A poca distanza i palazzinari impazzano. Sono riusciti a sfrattare una multisala dell’Uci Cinemas Marconi per trasformare lo spazio in edilizia abitativa di lusso. A pochi metri dai dannati della terra. Vuol dire che questi palazzinari sono potenti. Ma anche strambi. Sul ponte di ferro, accanto al gazometro stanno costruendo appartamenti di lusso, che affacciano su un panorama impareggiabile. Ebbene il progetto prevede un complesso con terrazzini incassati e porte finestre. Una reticenza all’affaccio che storicamente appartiene anche al passato. Pensate alle case che si affacciano sul lungotevere, all’altezza di Porta Portese che guardano il fiume senza guardarlo.

Infine in questo elenco di doglianze caotico e affastellato che è frutto di rabbia incontenibile, parliamo di attori: invitati anche dalle istituzioni a lavorare gratis. Addirittura il Ministro della Cultura ha promosso una iniziativa  chiedendo agli attori di lavorare gratis. Per tre anni.

Mi viene da ricordare un articolo di Pier Paolo Pasolini, pubblicato sul Corriere della sera il 14 novembre 1974: Io so.

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.

Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.

E’ il nostro destino: sapere, ma non saper fare nulla contro.

Sapere che stanno facendo un deserto e lo chiamano legalità.

 

Nell’immagine : Eduardo T. Basualdo, Teoria, 2013, Frieze Frame with PSM, Berlin, London, UK

Uno sterminato numero di granelli di sabbia.

Lo so, non è facile questo paese. Non è facile la vita, in generale, non è facile nulla, lavorare, riposarsi, fare tutto e non fare niente.

Giorni fa ho avuto la comunicazione di un ennesimo intoppo burocratico.  Un anno fa mi sono stati assegnati dei fondi per scrivere una sceneggiatura. Siamo in tre, non sono solo. Io sarei il produttore. Dico sarei, perché nella mia carriera ho fatto anche quello, anche se non mi sento tale. Più un destino, che una precisa aspirazione. Sul fronte del lavoro sono contento: del lavoro stesso, delle persone che scrivono con me, del tema affrontato. Non so  se diventerà un film, ma ci si prova.

Ho consegnato tutti i documenti a chi di dovere: una marea di documenti che attestano questo e quello. Nel nostro paese noi siamo chiamati a dichiarare questo e quello, e a provarlo con ogni sorta di certificato. Perfino il famigerato DURC, il mortale Documento Unico di Regolarità Contributiva risultava in regola. Il 28 giugno ho presentato il dossier. Io non sono uno che telefona per sollecitare. Mi scoccio. Sono un ottimista.

Gli uffici preposti (eufemismo per dire  la persona incaricata di seguire la mia pratica) a giugno mi hanno preannunciato il bonifico per “prima dell’estate”-

Prima dell’estate mi reco negli uffici che nel frattempo stanno smobilitando. Infatti le competenze dei fondi ministeriali devono passare dalla banca che se ne occupa all’Istituto Luce, sulla Tuscolana. Trovo solo il mio funzionario di riferimento, e il suo capo. Li conosco da anni. Gli  uffici sono deserti. Gran parte degli addetti è stato pensionato, o trasferito in altro settore.  Il Funzionario addetto è svogliato e incazzato. Non è facile perdere il lavoro. Ma lui non lo perde il lavoro. Verrà trasferito in altro ufficio, sempre a Roma. Lo so, non è piacevole, ma io che ho cambiato mille lavori so che ce la si può fare.  Mi dice di aspettare. Mi siedo, mentre lui fa una ricerca al computer. Credo che cerchi la mia pratica. Pratica che ho consegnato a lui, e lui cerca nel computer dove l’ha messa. E non la trova. Si alza e si avvicina ad un armadio, poco distante dalla sua scrivania. Apre le ante. L’armadio è privo di scaffale e i faldoni sono ammucchiati uno sopra all’altro. Mantenendo una debita distanza mi indica un incartamento. Eccolo là, dice. “Bene, “ penso.

“Non è andato in comitato”, esclama. Poi chiude le ante.

Io penso, si aspettava che ci andasse da solo in comitato? Mi garantisce che per la fine dell’estate ci sarà un altro comitato, e che verrà disposto il bonifico. Perché i bonifici si dispongono, non si fanno.

Me ne vado, non prima di aver chiacchierato un po’.

Torno alla fine dell’estate. La situazione è ancora più desolante. C’è solo “il capo”. Il funzionario è a Venezia, alla mostra del Cinema. Io capisco perché prima dell’estate era incazzato. Questa sarebbe stata la sua ultima volta alla mostra del cinema.

Naturalmente la mia pratica non è andata da nessuna parte, ed è in fondo all’armadio.

Torno dopo Venezia. Mi chiedono una correzione ad un documento. Lo faccio. Lascio passare una settimana. Nessun bonifico. Non telefono, perché mi scoccio.

Alla seconda settimana telefono. Il funzionario mi dice che mi ha cercato, che le sue mail tornavano indietro, che mancava un ultimo documento. Che la pratica è stata trasferita all’Istituto Luce, perché la Banca non si occupa più del credito cinematografico e le competenze sono passate all’Istituto Luce. Cosa che so anch’io.

Il bonifico non è stato fatto.

Otto mesi per leggersi una lettera e verificare una decina di certificati e attestazioni.

Telefono all’istituto Luce.

Il centralino mi passa “l’ufficio competente”. 45 minuti d’attesa, ascoltando “Imagine” di John Lennon.Poi cade la linea.

Al terzo tentativo una ragazza gentile mi dice che devo pazientare. Che stanno recensendo il materiale ricevuto, che le loro stanze traboccano di faldoni. In ogni caso i bonifici cominceranno a gennaio 2017.

Ci diamo appuntamento per fine novembre.

La domanda di finanziamento è stata fatta il 26 giugno 2015. Il parere favorevole della commissione è stato espresso il 21 gennaio 2016.

Un anno per controllare una decina di documenti ed erogare la cifra. Forse.

Noi nel frattempo lavoriamo gratis. Del resto se la più grande iniziativa del Ministero a favore del Teatro è stata quella della giornata gratuita nei teatri, la gratuità è la cifra dell’oggi. Attendiamo la giornata gratuita nei cinema

E’ qui che si inceppa il nostro paese. Nelle responsabilità dei singoli insensibili che si fanno granello di sabbia. Uno sterminato numero di granelli di sabbia.

 

Immagine : Bleeding is an incredibly eye-catching sand sculpture by Québec City-based artist Guy-Olivier Deveau

L’amore vince ogni cosa.

Questo brevissimo racconto è dedicato ad una amica. Io so poco di lei, ma la considero una amica. So poco, perché ci siamo conosciuti da poco e perché non è che ci frequentiamo poi così tanto. Io però segretamente l’ammiro.  Confesso che ho vissuto, è il titolo del libro i memorie di Pablo Neruda, e confesso che ho vissuto è la frase che ben s’adatta a questa donna coraggiosa e forte, che sorride, con un sorriso un po’ tirato, e  una certa rassegnazione che poi non è tale, perché la sua determinazione è incessante.

E’ quella che si potrebbe considerare – nell’immaginario corrente – una donna imprenditrice. Imprenditrice di se stessa ed ha una avviata attività che  la obbliga a compiere viaggi in Asia, Indonesia,e Vietnam soprattutto per alimentare il suo negozio di Roma dove vende raffinati capi di abbigliamento femminile, nuvole di stoffa dai tenui color pastello, che ricordano le sfumature marroni dell’acqua  delle risaie e il verde bagnato  delle foreste.

Ha allevato due figli da sola, o quasi, questo è quello che so, ed ora il più grande è andato a studiare in una città del nord, lasciandola sola con la piccola.

Ha conosciuto un francese simpatico, uscito da un film – non so perché mi ricorda  Gorodish in Diva di Jean Jacques Beineix, interpretato da Richard Bohringer,  e l’ ha sposato quando è stato trasferito per lavoro  da Roma in Marocco.  Lei non l’ha potuto seguire.

Ci ha invitato al suo matrimonio questa estate, in Puglia, in una masseria non lontano da Otranto.

Non ci siamo andati, nonostante volessimo, per via di alcuni spettacoli che stavamo preparando. So che in questa masseria la mia amica – posso chiamarti così? Perché lo so che mi leggi – ha il ricordo del suo primo marito, il padre dei suoi figli, morto all’improvviso.

Ora che sono passati due mesi, in queste prime giornate di freddo, mi sono ricordato di lei, dei suoi amori, del suo sorriso, della sua simpatia, della sua determinatezza, dell’incrollabile coraggio.

Ti voglio bene, ti vogliamo bene  Giovanna. Tanti Auguri.

 

 

Una cosa sola è certa, io lo so. Ogni tanto, in cima a un palo della luce, in mezzo a una distesa di neve, contro un vento gelido e tagliente, Dino Giuffré si ferma, la malinconia lo aggredisce e allora si mette a pensare. E pensa che io, Titta Di Girolamo, sono il suo migliore amico.

Le conseguenze dell’amore, di Paolo Sorentino

 

Immagine di Josephine Cardin

Scorrete lacrime.

Se parliamo di ricordi ho dei frammenti di ricordi. Cioè come delle scene, dei singoli fotogrammi, che mi appaiono e poi scompaiono. Li diluirò nel racconto.

Una porta bianca, dalla quale esce una barella con Lilli addormentata e subito a seguire una infermiera con un pacchetto in braccio che mi cerca e me lo da. Di fronte alla mia esitazione, esclama: “E’ figlia sua, mica morde”. Io mi aspettavo una culla, una nursery, un vetro dietro il quale fare il padre commosso. Peccato che nell’ospedale dove sei nata, a Civitavecchia, non c’era la nursery e i bambini dal primo istante venivano consegnati ai genitori. Mia suocera Gilda volle metterle addosso la copertina che aveva confezionato.

Eri sveglia e mi guardavi, probabilmente senza vedere granché, e le sopracciglia facevano su e giù, come Jerry Lewis, nei miei film di bambino, quando faceva il picchiatello.

Non ti sei addormentata quel giorno, e neppure la notte, e continuavi a guardarmi, due occhi che mi trovavano e mi perdevano. Ed io, in piedi, nella stanza, con te in braccio facevo su e giù al buio, all’alba e poi al mattino, per evitare che – mettendoti nella culla, cominciassi a piangere e svegliassi Lilli che dormiva…

Quella notte ti ho raccontato le prime favole. Ti ho cantato sottovoce per ore il tema di Lili Marleen – l’unico che funzionasse.

Sono andato io a registrare il tuo nome, lo stesso della nonna, al quale io ho aggiunto Carlotta.  Ebbene sì, pensavo alle Affinità Elettive.

Poi ricordo le fiabe a tema. Tu cominciavi a parlare ed io anziché leggerti le fiabe, le inventavo. Ogni sera una fiaba diversa, mentre tu ti succhiavi il dito e mi guardavi serissima. A volte avevo l’impressione che le fiabe ti facessero rimanere sveglia e io ottenessi l’effetto contrario. Cosa sognano i bambini a quell’età, quando si addormentano guardantoti ed il loro sguardo si perde lentamente, e le palpebre si chiudono? Il problema di quelle fiabe era l’invenzione. Quando mi chiedevi la replica, spesso mischiavi i personaggi. Volevi la fiaba col cavaliere nero che incontrava la volpe e chiedeva le tre trasformazioni. Io naturalmente avevo dimenticato tutto e tu mi correggevi, dicendo che sbagliavo.

Oppure giocavi per ore con gli animaletti di plastica. Li mettevi in lunghe file, accompagnando la sistemazione di ciascun animaletto con la frase: questo lo metto qui, questo lo metto qui, e via così, all’infinito, come solo i bambini sanno fare, quando fanno quello che gli piace fare.

Quando seduta sulla sediolina leggevi le fiabe di Tony Wolf, orribili rivisitazioni dei classici, impersonate da cani e altri animali. Giravi le pagine, e sembrava leggessi, mentre ripetevi a memoria le letture che avevi ascoltato. Ti si sentiva recitare dalle altre stanze ed io e Lilli ti spiavamo ridendo di quella cosina coi riccioli biondi, seduta compunta con il libro in mano.

Il tempo è trascorso velocissimo. Insieme andavamo alla scuola materna, e ci fermavamo a comprare la merenda ad un alimentari che non c’è più, poco prima della scuola.

Le recite. Tu che battevi il piede per terra, cantando filastrocche. O io e nonna che seguivamo voi bambini che sfilavate per le strade del quartiere a carnevale.

I  ricordi si affastellano, si confondono. Tu che d’estate prendi a correre sulla spiaggia e ti allontani ridendo senza fermarti mai e noi a inseguirti.

Le elementari in una bella scuola con un grande giardino, le maestre, Daniela su tutte, che ti ha insegnato il piacere delle storie, della lettura e della scrittura.

Le medie in una scuola multietnica. Il primo giorno di scuola, l’ingresso in classe con vista sul Colosseo. Solo il primo anno, però. Dopo il primo anno vi trasferivano con vista sul cortile. Con quella scuola andasti in Inghilterra a studiare l’inglese, con una professoressa che ora non c’è più e che quando vi vedeva tristi vi invitava in camera per una spaghettata. Ricordo l’amica Emanuela Wang. Eravate sedute vicine e tu per non farla sentire esclusa le parlavi per ore, e lei non ti rispondeva. Finché un giorno è sbottata in perfetto italiano: “Sei una chiacchierona, tu”, e avete riso e siete diventate amiche.

Le immagini si accavallano. Il liceo, i risultati brillanti, il fatto che cominciassi a correggermi l’inglese e il francese. Cinque anni velocissimi, pieni di amici, di ore di studio e di divertimento, di impegno politico, di interminabili passeggiate, anche la notte, quando avete cominciato a spostarvi per Roma con gli autobus, o a piedi, perché gli autobus non c’erano e tutti voi ostinatamente vi siete rifiutati di prendere la patente (a questo mondo c’è speranza finalmente!).

I tuoi amori di cui non ho saputo  granché, perché hai sempre parlato con tua madre, e che ho scoperto nelle tue poesie, quando hai confezionato un librettino in auto pubblicazione.

E il 21 settembre si avvicinava, la data della tua partenza per Londra, dove hai deciso di andare a studiare.

La settimana prima di quella data è stata come sospesa, come se volessi dirti tante cose e non te le ho dette, perché eri lì, vicina me e non c’era bisogno di dircele, o forse non volevo stressarti con l’ansia tutta mia per le partenze.

Hai messo a posto la tua stanza, svuotando i cassetti della tua scrivania pieni di oggetti che hai selezionato, alcuni da buttare, altri da conservare. Quelli da buttare, te lo sconfesso, sono stati sottoposti ad una seconda selezione, e molti di essi me li sono tenuti.

Hai costruito un letto con i pallet, sul quale hai dormito pochi giorni e sul quale dormirai quando tornerai a trovarci a Roma. E’ buffo sistemare la stanza per non abitarla. Ho visto in foto le immagini della tua stanza nella casa di Londra, dove abiterai con una tua amica.

Sono saltate fuori delle foto. Tu sul podio delle gare di Judo classificata terza. Una foto all’Ambasciata di Francia quando ti accompagnammo a ritirare un premio di scrittura, in lingua francese. E poi quella, mentre sorridi accanto al presidente della Giuria di un altro premio, di scrittura in Inglese. Tu che canti nel coro della materna. O che sorridi sui bastioni di Alghero. Quelle foto le ho nascoste, ce l’ho io.

In fondo avrei voluto dirti solo una frase, e te la dico ora che è tardi, e che sei scomparsa dietro i cancelli di imbarco, ora che  è passata la mezzanotte del 21, ed io sono solo, nel buio della tua stanza vuota.

Ti voglio bene, figlia mia infinitamente cara. Ti vogliamo bene, Lilli ed Io, ora che siamo tornati due fidanzati, come al tempo di prima che nascessi. Buona vita.

 

Se ami, puoi svanire e osservare… Puoi svanire e osservare con felicità, e con una fresca, armoniosa gioia di tipo alfa, la più alta forma di gioia, la vita di quelli che ami che continua.

Philip K. Dick, Scorrete lacrime disse il poliziotto.

 

A Gilda che è partita per Londra, a studiare, e ci ha lasciati soli come è giusto che sia.

 

Immagine  robert e shana parkeharrison

SORRADILE, il centro del mondo.

Noi quando stiamo in Sardegna cerchiamo di non perderci le sagre. Del malloreddu, del porcetto, della burridda, del pecorino, della qualunque.

Quando dico noi dico la numerosa famiglia di mia moglie Lilli, perché sono loro a trascorrere le vacanze in Sardegna, a Oristano. Io sono il parente acquisito.

Dunque mia cognata Egle legge un volantino ad Oristano che annuncia una sagra a Sorradile. Si decide di andare. Sorradile è affacciata sul lago Omodeo, in provincia di Oristano. Non vicinissima. Siamo in dieci. Riempiano tre auto.

Giungiamo in paese, che appare deserto. In genere le sagre prevedono parcheggi, vigili urbani che smistano il traffico, addetti con la pettorina gialla che ti incanalano, collane di lampadine colorate, lo sciamare della gente. Qui nessuno. Neanche per le strade. Percorriamo la strada principale stretta tra case basse ermeticamente chiuse.  Il comune si apre sulla strada principale ma è chiuso. Mentre le altre due auto parcheggiano, io mi spingo oltre. La strada termina, e della sagra nessuna traccia. Improvvisamente la porticina di una casa s’apre e ne esce una coppia di mezza età, con delle buste azzurre di plastica in mano. Le buste sono sformate dalle teglie che contengono.  Chiediamo informazioni. I due cadono dalle nuvole. Sagra? Nessuna sagra. C’è una cena, questo si, ma non è una sagra. Parcheggiamo, io lontano, quasi fuori dal paese, dove miracolose sono disegnate delle strisce bianche e sono libere.  Incontriamo una donna giovane che aspetta impaziente il resto della famiglia che s’attarda, e la donna ci spiega il segreto. A Sorradile non c’è nessuna sagra, ma gli abitanti di Sorradile di sotto stanno ricambiando l’invito ricevuto dagli abitanti di Sorradile di Sopra all’inizio dell’estate. La strada che abbiamo percorso divide in due il paese. Ed è consuetudine che – come in un racconto di Stefano Benni – gli abitanti del di sopra e del di sotto si invitino a cena. Ma non in casa. Scendiamo per le viuzze di Sorradile di sotto e improvviso si apre uno slargo, ma poi neanche tanto largo, dove sono sistemate delle tavolate apparecchiate. Immaginate che nel vostro quartiere, dove vivete, decidessero di cenare in mezzo alla strada. Ecco, loro lo fanno. Veniamo indirizzati ad un uomo anziano e massiccio, alto e autorevole. E’ il sindaco e da ordini a destra e a manca. Mi faccio avanti e mi presento come infiltrato. Lui mi ascolta. Sembra perplesso. Mi chiede come abbiamo saputo della cena. Si avvicina una donna giovane, capelli corti, sguardo vispo. La donna conferma che hanno fatto pubblicità dell’iniziativa. Il Sindaco non ci pensa due volte, e chiama Silvano, che risulta essere il vicesindaco. Ci troveranno posto tra le famiglie invitate.

E cosi avviene. Io capito seduto accanto a dei ragazzi. Chiacchieriamo mentre cominciano ad affluire le portate. Il mio vicino si chiama Lorenzo e fa il blogger, manovra un telefonino dove fa lo streaming dell’evento. Lorenzo non è di Sorradile. E’ di Pisa. Ha frequentato Prima del teatro, la scuola europea estiva dell’attore, promossa anche dalla scuola della Cometa, dove lavoro. Riflettiamo sul giro tortuoso che ha portato a conoscerci. Accanto lui una bella ragazza, delegata dal comune a seguire Lorenzo nelle sue avventure e a guidarlo in giro. Il comune di Sorradile, scopro, fa parte della rete dei Borghi Autentici d’Italia. Beato, penso, mentre la guardo. Vai in un posto per lavoro e sei costretto a passare le tue giornate con una ragazza bella e spiritosa. Il nome non lo so, ma conosco il suo nom de plume, che si rifà al cattivissimo dei soliti sospetti. Perdonami K. Se non mi sono segnato il tuo nome. Così come perdonatemi tutti, voi ragazzi con cui ho passato una bellissima serata. La coppia di fronte a me, le amiche di lei.  La ragazza che lavora con le assicurazioni e che ha convinto il sindaco ad ospitarci e che mi ha parlato dell’inverno a Sorradile.

Durante una pausa ho fatto una passeggiata. Poco distante dalla tavolata, una piazza con una chiesa, la chiesa di San Sebastiano, dai muri caldi che assorbono la luce del sole tutto il giorno e restituiscono il calore la sera. La piazza affaccia sul lago Omodeo e, sulla sinistra, sul cimitero del paese. Hai davanti a te l’infinito e l’eterno, ho pensato.

Fave e cotiche, malloreddus, ravioli, cinghiale, porcetto, caponata di melanzane, contorni di verdure e poi dolci, pasta di mandorle papasini. Non ricordo tutto, ma ricordo che sono stato bene.

Vi voglio bene, Lorenzo, K, la coppia di sposi novelli, le amiche, le donne di Sorradile, beato chi le sposa perché cucinano benissimo , come voglio bene all’uomo che ho conosciuto per pochi minuti, e che mi ha fatto assaggiare il suo vinello bianco fatto in casa.

Sorradile, il Paradiso in terra, una notte d’estate.

Agosto del 2016

Post.

K si è fatta viva su Fb. K è Piera. Grazie Piera.

La nostra salvatrice, che ci ha accolto, è Franca.  Un bacio, Franca.

Mi mancano i neosposini e i loro amici.

C’era anche Pasqualina, alla mia sinistra.

Tutto è bene quel che finisce bene.

 

Ora che siamo rimasti soli. In ricordo di Marco Leto.

Di lui ho una foto da giovane, su sfondo nero dove sembra emergere da quel nero: golf, cravatta, camicia bianca e lo sguardo gelido, quello sguardo che conoscevo bene e che nascondeva in realtà una sensibilità profonda.

Di lui ricordo il giorno in cui mi chiamò a lavorare con sé, io fresco di diploma del Centro Sperimentale, in regia, – in realtà non l’avevo ancora preso il diploma, ma avevo finito il mio saggio e cincischiavo nel bar della scuola. Lui era seduto su una panca, e attendeva, forse di entrare a lezione. Al Centro attendere era una attività abbastanza diffusa.

“Vieni con me domani da Mario. Hai la macchina, vero?” Mi disse. E io gli risposi di si che avevo la macchina e gli chiesi chi era Mario.  “Devo girare un film, e tu mi fai da aiuto”. Poi mi salutò, andandosene a passo veloce con i giornali sotto braccio,  immancabili.

Fu così che – fortunatissimo – conobbi Mario Gallo, ed Enzo Giulioli e la Filmalpha. Girai con Marco: “A proposito di quella strana ragazza” “La donna spezzata” e “L’Uscita”.  I primi due erano  produzioni internazionali, il terzo un film quasi autoprodotto dove svolsi  ruolo di aiuto, ispettore di produzione, autista, comparsa, reclutatore di comparse, qualunque cosa.

Marco aveva la capacità apprezzata da tutti i produttori di saper raccontare e di saperlo fare velocemente, con uno stile scarno ed essenziale. Sul set aveva le idee chiare. Entrava in un ambiente, si soffermava fischiettando, poi mi diceva le inquadrature e i punti macchina. Una settimana con lui equivaleva a cento giorni di una scuola. Era appassionato di tecnologie, e non so quanto gli sarebbero piaciute queste moderne telecamerine che stanno nel palmo di una mano.

Veniva da lontano. Era socialista, ma non dei socialisti che conosciamo noi, ma da quelli – non so come dirlo – storici, che furono annichiliti dall’avvento di Craxi. Era antifascista, con una storia complicata e dolorosissima alle spalle, che mi raccontò, e che i suoi amici conoscono e che non racconterò a voi che mi leggete.

Andavo regolarmente a casa sua, e assistevo ai suoi siparietti con Mila, sua moglie che appariva e scompariva nel salone, sempre indaffarata alta e bellissima. E Russa.  E lui mi raccontava come Mila fosse entrata nella sua vita. Ne parlava con orgoglio: “E’ stata ufficiale dell’Armata Rossa”, diceva,, “ e non ha paura di nulla”.

Marco conosceva la Russia e mi parlava anche dei suoi viaggi, e di un viaggio in Cile, sotto Pinochet, assieme al suo amico Alberto La Volpe, dove aveva avuto l’incarico di recapitare dei messaggi alla resistenza cilena. E delle analogie che aveva ravvisato tra i golpisti cileni e i nazisti.

Marco è conosciuto per la Villeggiatura, film rigoroso e civile, girato anche in modo avventuroso con molti dei suoi amici.

Pochi giorni fa avevo incontrato Enzo Giulioli, ero andato a trovarlo nel suo bell’ufficio e luminoso, poco distante dal  Tevere. Avevamo parlato anche di Marco, e lui m’aveva detto che m’avrebbe detto di uno dei loro periodici incontri a casa di Adalberto, e che mi avrebbe avvisato, perché sarebbe stato bello ritrovarci.

Non abbiamo fatto in tempo. Ora Marco e Mario me li immagino seduti accanto che chiacchierano amabilmente, come li vidi una delle ultime volte al bar di Piazza Mazzini.

Dedico questo mio ricordo a  Mila, Biagio, Enzo e agli amici che animavano i racconti di un Italia che è stata e non è più.

Ciao Marco, ciao Mario.

E ciao Valentino. Dopo  mio padre ci sono loro nel mio cuore:  Marco Leto e Valentino Orsini, due padri in più, ai quali ho voluto un sacco bene, io ora che sono rimasto solo.

 

Marco è morto nella notte tra domenica 17 e lunedì 18 aprile.